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Journal of Silviculture and Forest Ecology

 
Forest@ - Journal of Silviculture and Forest Ecology
vol. 2, pp. 1-4 (Mar 2005)

Editorials

*Forest research and the new Italian National Council of Research

Giuseppe Scarascia MugnozzaCorresponding author

 

Keywords: CNR, National Research Council, Forestry, Organization

 

Una recente indagine sulla ricerca forestale in Europa, condotta dall’EFI (European Forest Institute), insieme ai principale Istituti nazionali di ricerca forestale d’Europa, ha messo in evidenza una chiara frammentazione o polverizzazione delle nostre istituzioni che non ha riscontro negli ultimi anni nel resto d’Europa, oltre ad un noto sottodimensionamento della ricerca forestale italiana. Infatti, a parte la Germania dove i principali Länder hanno il proprio Istituto di ricerca forestale, peraltro con finanziamenti che vanno da due a cinque volte rispetto ai nostri Istituti, nel resto d’Europa incontriamo strutture come l’INRA - Dipartimento forestale, in Francia, la Forestry Research britannica, l’Istituto Federale Svizzero sulle acque e foreste o il METLA finlandese, con volumi di risorse finanziarie variabili da 20 a 50 milioni di Euro e con un impiego annuo di risorse umane, in termini di ricercatori, compreso tra 200 e 400 anni-uomo.

È chiaro che la competizione per risorse e infrastrutture con simili istituzioni diventa molto problematica per i nostri Istituti di ricerca anche se, in termini percentuali, la nostra capacità di attrarre finanziamenti europei è pari o superiore a molti altri Istituti nazionali forestali di altri Paesi.

È da qui che bisogna partire per comprendere le motivazioni che sono alla base delle ristrutturazioni che si stanno compiendo nel maggiore Ente pubblico di ricerca italiano, il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) come, peraltro, si sta verificando anche nel caso del Consiglio delle ricerche e della sperimentazione in agricoltura (CRA) che raccoglie gli Istituti Sperimentali del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali.

Il CNR è un ente pubblico di ricerca non strumentale, dotato di ampia autonomia, che promuove lo sviluppo delle conoscenze nei diversi settori della cultura scientifica e umanistica italiana. Il personale a tempo indeterminato che lavora nel CNR è pari a circa 8000 persone di cui circa metà sono ricercatori e il resto sono tecnici di ricerca e amministrativi; a questi si sommano alcune migliaia di giovani ricercatori a contratto e dottorandi di ricerca. Il bilancio annuale è pari a 800 milioni di euro di cui poco più di 500 dal fondo ordinario del Ministero dell’Università e della Ricerca, il Ministero di riferimento del CNR, e quasi il 40% da Enti esterni tra cui l’Unione Europea, con un fattore di amplificazione dei fondi interni trasferiti agli Istituti di circa 1.75.

Per comprendere i cambiamenti e le trasformazioni, in alcuni casi anche traumatiche, a cui il CNR è andato incontro negli ultimi anni bisogna partire dalla situazione che si era consolidata per decenni, dal periodo della ricostruzione del dopoguerra fino agli anni ’90. Il CNR rappresentava di fatto “la casa comune” della ricerca italiana poiché:

  • era strutturato sulla base di Comitati nazionali di consulenza, in numero di 15, riguardanti i diversi settori scientifico-disciplinari e rappresentativi di tutta la comunità scientifica italiana (universitaria e dei vari Enti di ricerca) mediante libere elezioni; il settore forestale era incluso nel Comitato delle Scienze Agrarie e il prof. Alessandro de Philippis, per molti anni, ne ha fatto parte in rappresentanza, appunto, della ricerca forestale;
  • aveva anche funzioni di agenzia per la ricerca scientifica nazionale poiché finanziava ricerche esterne all’Ente mediante contributi individuali a ricerche a tema libero e mediante programmi coordinati (i ben noti Progetti Finalizzati e i Progetti Strategici) per ricerche di interesse nazionale; ad esempio, nel 1998, subito prima della ristrutturazione, i fondi distribuiti come agenzia ammontavano complessivamente a 80 miliardi di lire;
  • promuoveva settori di ricerca innovativi mediante la creazione e gestione di nuove strutture di ricerca che consistevano in istituti, laboratori, e centri presso le Università; in questo modo il CNR ha finanziato, per anni e in modo rilevante, la ricerca universitaria favorendo un intenso e reciproco scambio di competenze, capacità e persone tra le diverse istituzioni scientifiche italiane, agendo così da fattore moltiplicativo delle risorse umane, strumentali ed economiche investite dal Paese nelle investigazioni scientifiche;
  • rappresentava la ricerca italiana a livello europeo e internazionale.

Questa impostazione è stata modificata con la prima riforma del CNR del 1999 (d. lgs. 19/1999) che ha abolito i Comitati di consulenza creando così una struttura più verticistica, che doveva rispondere più direttamente alle esigenze di sviluppo scientifico e innovazione tecnologica del Paese, che superasse le degenerazioni degli ultimi anni del sistema dei Comitati (gestione dell’esistente con finanziamenti “a pioggia” senza chiare indicazioni di carattere strategico) e che impiegasse in modo più efficiente le scarse risorse finanziarie di cui ormai dispone l’Italia.

Un episodio emblematico di questo periodo del CNR è stato lo sfortunato epilogo del bando di ricerca libera del 2001 (Agenzia 2001) che, dopo aver raccolto proposte di ricerca da tutta Italia, è stato forzatamente chiuso senza alcun finanziamento delle proposte medesime, a causa delle difficoltà economiche del CNR: di per sé le somme in gioco non erano poi rilevanti ma l’evento è stato traumatico poiché all’improvviso, senza alcuna avvertimento, il CNR rinunciava ad uno dei compiti propri che più l’avevano fatto conoscere a tutta la comunità scientifica nazionale.

Nel 2000 il CNR in via di ristrutturazione ha compiuto la trasformazione più rilevante della prima riforma, con la drastica riduzione delle sue svariate strutture di ricerca e la costituzione dei nuovi Istituti: mediante accorpamenti e soppressioni degli organi esistenti si è passati da circa 320 strutture a 108 Istituti, raggruppati in più macroaree e distribuiti su tutto il territorio nazionale, mediante le loro diverse sezioni di ricerca. In questo modo si è dato inizio ad un processo di maggiore integrazione fra i vari gruppi di ricerca del CNR, maggiore coordinamento fra le sezioni degli Istituti e creazione di più consistenti “masse critiche” di ricerca sulle più diverse tematiche scientifiche.

Il rovescio della medaglia di questa riorganizzazione, ovvero le sue criticità, come si usa dire oggi, erano ancora lo scarso coordinamento tra gli Istituti, le cui tematiche di ricerca spesso si sovrapponevano, e si sovrappongono, tra loro, accorpamenti nei nuovi Istituti che in alcuni casi sono rimasti sulla carta, anche perché per compiersi le riforme hanno bisogno di un po’ di tempo, scarsa corrispondenza tra le attività di vari Istituti e il bisogno di ricerca e innovazione del Paese, finanziamenti scarsi sia per strumentazione che per il rinnovamento del personale, ragione che ha spinto e spinge gli Istituti ha cercare all’esterno, e con indubbio successo, quote consistenti di finanziamento. La conseguenza negativa di questo fenomeno è però la crescente attività di “servizio” scientifico, più che di ricerca, nei confronti di imprese e, soprattutto, Enti pubblici vari.

In questa realtà, alquanto in divenire, di una riforma che doveva ancora realizzarsi pienamente è sopraggiunta nel 2003 la fase del Commissariamento deciso dal Governo e la promulgazione di una nuova e più completa riforma (d. lgs.127/2003), fase nella quale ci troviamo attualmente.

Le innovazioni più significative introdotte da questa seconda riforma sono:

  • creazione dei dipartimenti a cui afferiranno i vari Istituti i quali, a loro volta, potranno nei prossimi anni essere ulteriormente ridotti di numero per successive fusioni. I dipartimenti sono attualmente in numero di 11 con compiti di programmazione e coordinamento delle attività degli Istituti, spaziando su tutte le diverse aree del sapere, sia scientifico che umanistico; quelli di rilevanza per il settore forestale sono i dipartimenti “Terra e Ambiente” e “Agroalimentare”.
  • organizzazione delle attività di ricerca del CNR per grandi progetti (85 ripartiti nei vari dipartimenti) e per sottoprogetti o “commesse” che integrino per tematiche scientifiche le attività di diversi gruppi all’interno dei vari Istituti. Ne viene fuori una struttura a matrice nella quale i progetti indicano le tematiche e le finalità, anche applicative, della ricerca e gli istituti ne forniscono le competenze scientifiche rilevanti.
  • maggiore integrazione con la ricerca universitaria ma anche più intensi rapporti con il mondo degli “utenti finali”, Enti pubblici e imprese.
  • impostazione dell’attività amministrativa e della rendicontazione su base “full costing” per tenere conto di tutte le spese dirette e indirette (ovvero anche degli stipendi) sostenute per lo svolgimento delle ricerche da parte degli Istituti.

Al dipartimento “Terra e Ambiente” afferiscono tre Istituti con attività di ricerca prevalente o comunque significativa nel settore degli ecosistemi forestali: l’Istituto di biologia agroambientale e forestale di Porano-Orvieto (sezioni a Roma, Padova e Napoli) con attività nell’ecofisiologia forestale, la biologia molecolare e la gestione della biodiversità nei sistemi forestali e agroforestali; l’Istituto per i sistemi agricoli e forestali del Mediterraneo di Napoli (sezioni a Cosenza, Perugia e Catania) con una parziale attività forestale nel campo dell’idrologia ed ecologia forestale; l’Istituto per la valorizzazione delle specie legnose di Firenze (sezione a Trento) con attività di ricerca prevalente nella tecnologia del legno e le utilizzazioni forestali.

Al dipartimento “Agroalimentare” afferiscono altri Istituti dotati anch’essi di un’attività di ricerca forestale: l’Istituto di biometeorologia di Firenze (sezioni a Bologna e Sassari) con un’esperienza notevole nel campo della meteorologia e modellistica agro-forestale; l’Istituto di protezione delle piante di Firenze (sezioni a Bari e Torino) per lo studio e la difesa degli alberi dalle avversità biotiche; l’Istituto di genetica vegetale di Bari (sezioni a Firenze, Napoli, Perugia e Palermo) con una esperienza scientifica rinomata nel campo della genetica forestale. Ovviamente l’afferenza degli istituti indica la loro attività scientifica prevalente ma è incoraggiata la partecipazione dei vari istituti ai progetti di ricerca di altri dipartimenti.

Diamo adesso uno sguardo a quali sono i progetti che vedono coinvolte unità di ricerca forestale nei dipartimenti del CNR e con quali risorse. Va anzitutto ricordato che i progetti di ricerca sono trasversali ai diversi ambiti settoriali cosicché, ad esempio, i sette progetti in cui si organizza il dipartimento “Terra e Ambiente” (1- funzionamento pianeta terra, 2- cambiamenti globali, 3- qualità dell’ambiente, 4- sostenibilità, 5- rischi antropici e naturali, 6- sistemi di osservazione e 7- ripristino ambientale e biorimedio) integrano in modo interdisciplinare più tematiche, dagli ecosistemi terrestri e acquatici, all’atmosfera e alla geosfera. Naturalmente, questa intersettorialità, che è sempre stata la caratteristica peculiare e innovativa del CNR, rappresenta un fattore molto stimolante per la ricerca ma anche un elemento di rischio per il mantenimento, anche in futuro, dell’identificabilità degli studi forestali. Nei vari sottoprogetti si possono però individuare nuovamente le tematiche caratteristiche degli ecosistemi terrestri, in particolare di quelli forestali.

Tra i sottoprogetti di interesse per la ricerca forestale possiamo sottolineare i seguenti, con l’indicazione del finanziamento previsto (a costo totale):

  • struttura e funzionamento degli ecosistemi terrestri (nel progetto 1) con finanziamento di oltre quattro milioni di euro;
  • risposta degli ecosistemi terrestri ai cambiamenti globali (nel progetto 2) con finanziamento di quasi due milioni di euro;
  • dinamica dei cicli biogeochimici naturali (nel progetto 2) con un finanziamento di un milione e mezzo di euro;
  • qualità del suolo e copertura vegetale (nel progetto 3) con un finanziamento due milioni e mezzo di euro;
  • sostenibilità, valorizzazione e gestione degli ecosistemi terrestri (nel progetto 4) con un finanziamento di tre milioni di euro;
  • geomorfologia, pedogenesi ed erosione del suolo (nel progetto 5) con un finanziamento di due milioni e mezzo di euro;
  • ripristino ecologico, biorimedio e biomitigazione (nel progetto 7) con un finanziamento di un milione e mezzo di euro.

Complessivamente la ricerca forestale raccoglie nel CNR il sostegno e l’impegno di quasi 70 ricercatori a tempo indeterminato, 60 tecnici e circa 30 giovani ricercatori per un ammontare di circa 15 milioni di euro. Ma queste poche cifre hanno scarso significato se non si considerano anche le dotazioni strumentali e di infrastrutture di questi istituti che comprendono laboratori di isotopi stabili e spettrometria, biologia molecolare e biodiversità genetica, tecnologia del legno, telerilevamento, propagazione piante e patologia vegetale, stazioni in bosco per il monitoraggio degli ecosistemi, bacini ideologici sperimentali, collezioni di germoplasma forestale europeo e di diversi continenti, piantagioni sperimentali, fasce tampone per il fitorimedio, siti di lungo termine per la ricerca ecologica, ecc.

Altri aspetti da ricordare e valorizzare sono i rapporti, che si spera siano sempre più stretti e coordinati, con la ricerca universitaria, soprattutto nell’ambito dei dottorati di ricerca; le collaborazioni con gli istituti sperimentali del MIPAF, gli intensi rapporti con istituzioni scientifiche europee e internazionali, evidenziati dai progetti europei in comune che comprendono anche le reti di eccellenza e i progetti integrati anche a coordinamento CNR.

La situazione attuale della ricerca forestale, e della ricerca italiana in genere, non è sicuramente facile sia per i finanziamenti in continuo decremento che per le grandi difficoltà di rinnovamento del personale; anche l’ultima riforma del CNR lascia alcuni problemi irrisolti o, comunque, delle domande insistenti per il futuro, in merito alla dotazione finanziaria e, soprattutto, alla praticabilità ed efficienza gestionale della struttura, alquanto complicata almeno a prima vista, del nuovo Consiglio Nazionale delle Ricerche. È evidente però che le sfide poste dalla ricerca scientifica europea e internazionale non si possono né affrontare, né tanto meno sperare di vincere, senza maggiore integrazione, innovazione e coordinamento nella ricerca forestale italiana.

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(1)
Giuseppe Scarascia Mugnozza
Istituto di Biologia Agroambientale e Forestale, Consiglio Nazionale delle Ricerche, CNR, Villa Paolina, Porano (TR - Italy)

Corresponding Author

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Giuseppe Scarascia Mugnozza
giuseppe.scarascia@ibaf.cnr.it

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Giuseppe Scarscia Mugnozza, past-president della S.I.S.E.F., è professore ordinario di ecologia forestale e selvicoltura all’Università della Tuscia (Viterbo) e direttore dell’Istituto di Biologia Agroambientale e Forestale del Consiglio Nazionale delle Ricerche.

 

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Citation:
Scarascia Mugnozza G (2005). La ricerca forestale nel nuovo Consiglio Nazionale delle Ricerche. Forest@ 2: 1-4. - doi: 10.3832/efor0268-0002

Paper’s History

Received: Jul 03, 2008
Accepted: Feb 27, 2005
Early Published: -
Publishing Date: Mar 10, 2005

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