logo

Journal of Silviculture and Forest Ecology

 
Forest@ - Journal of Silviculture and Forest Ecology
vol. 5, pp. 233-252 (Sep 2008)

Research Articles

*Forest types of the “Argentino River Valley” Natural Reserve

F. ScarfòCorresponding author, R. Mercurio, S. Bagnato

 

Abstract

Forest classification is a fundamental target for understanding forest stand dynamics and for sustainable management strategy applications. In this paper the methodological approach of forest types, already used in other Italians region, was applied for the classification of the RNO “Argentino River Valley” (southern Apennine, Italy). This study has been organized in 4 steps: 1) bibliographic analysis and collection of the acquired knowledge; 2) preliminary verification of forest types in the field; 3) description of the different units; 4) final validation of typological units. Using this approach we have characterized 9 categories and 12 forest types units. The description of each units has been filed as cards, where information of different nature is summarized and related to the organization of the typological units, to its location, to the description of the qualitative indicators (disturbances, cohort, mortality, natural dynamic tendencies, SDT, CWD etc.) and quantitative indicators (dbh, average height, current annual increment, etc.), to the functioning and the current management. For a better understanding of types functioning, “sylvology models” based on the “Spatial Pattern of Relative Collective Interaction” (PSICR) and on the principal characteristics influencing and characterizing forest stand dynamics (availability of resources, type and frequency of disturbances, stand development, etc.) have been singled out and proposed. The “forest types map” and other maps useful for the management of forest resources have been obtained. Moreover, data collected did allow to formulate several hypotheses on sustainable management.

Keywords: Forest Types, Forest Stand Dynamics, Zonal Statistics, Qualitative Models

Introduzione 

L’approccio metodologico delle tipologie forestali giunge in Italia dopo molti decenni rispetto ad altri paesi europei. In Italia le basi teoriche di questo metodo sono riconducibili a Hoffmann ([40], [41]), ma l’impiego su vasta scala del metodo come strumento di gestione e di pianificazione degli interventi selvicolturali è relativamente recente. Alcuni esempi sono quelli del Veneto ([25], [24], [26], [21]), Piemonte ([44]), Friuli Venezia-Giulia ([27]), Toscana ([60]), Marche ([45]), Provincia di Trento ([63]) e Lombardia ([22]). In alcune regioni le indagini sono in fase di studio o di completamento, come in Abruzzo ([17]), Sicilia ([50]), Puglia, Valle d’Aosta, Molise e Provincia di Bolzano.

Decisamente pochi sono invece gi esempi di applicazione a livello di area protetta (ad es., Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi, [51]; Parco dei Colli Euganei, [19]; Parco Nazionale dell’Aspromonte, [12]; Parco delle Serre, [58]; Parco Nazionale del Pollino, [56]).

Per quanto riguarda la Calabria i lavori fino ad ora svolti sono quelli di Caminiti et al. ([12]) sulle tipologie forestali del Parco Nazionale dell’Aspromonte, sulle tipologie dei boschi di farnetto ([11]), sui boschi di sughera, ([57]), sui boschi delle Serre calabresi ([58]) e sui boschi del versante occidentale del Parco Nazionale del Pollino ([56]). In questo lavoro si illustra un esempio del processo adottato per l’inquadramento dei boschi della Riserva Naturale Orientata (RNO) Valle del Fiume Argentino.

Materiali e metodi 

La RNO Valle del Fiume Argentino, istituita nel 1987 (D.M. n. 425 del 21 luglio 1987), dal 1994 fa parte del Parco Nazionale del Pollino. Ricade all’interno del Comune di Orsomarso (CS) e si estende per una superficie di 3998 ettari da 150 a 1632 m s.l.m. Il territorio è inserito nel sito ZPS Pollino e Orsomarso (IT9310303) secondo la Direttiva Uccelli 79/409/CEE, in parziale sovrapposizione con un sito SIC Valle dell’Argentino (IT9310023) secondo la Direttiva Habitat 92/43/CEE.

Inquadramento topografico

Sono state eseguite elaborazioni geospaziali e geostatistiche mediante il software ArcGIS 9.0 della ESRI ([7], [29], [30], [31], [32], [46]) che mette a disposizione numerose e potenti funzioni di analisi di dataset spaziali, in particolare attraverso gli ArcToolbox. Sono state digitalizzate: a) le curve di livello (isoipse) dalle tavolette IGMI (scala 1:25.000) da cui è stato derivato il TIN (Triangulated Irregular Network) poi servito come base dati per la produzione del DEM (Digital Elevation Model) da cui sono state create le carte delle pendenze [%] e delle esposizioni [classi]; b) la Carta Geologica della Calabria scala 1:25.000 ([13]); c) la Carta dei Suoli della Calabria scala 1:250.000 ([3]).

Sono state cosi ottenute le relative carte in formato raster (risoluzione geometrica prefissata di 25 m; 1 pixel = 625 m2) delle altitudini, delle pendenze, delle esposizioni, geologica e pedologica a cui è stato possibile applicare le statistiche zonali[1] (Zonal Statistic, ArcGIS 9.0 - ESRI) per tutta l’area studio, successivamente utilizzate a livello di categoria forestale e di singola unità tipologica. Le statistiche zonali hanno consentito di suddividere la superficie della RNO, delle categorie forestali e delle singole unità tipologiche, nelle rispettive classi di riferimento (pendenza, esposizione, geologia ecc.). In questa fase sono stati georiferiti gli habitat prioritari secondo la Direttiva 92/43/CEE, Allegato I ed i vincoli territoriali (vincolo idrogeologico, rischio frane ecc.) presenti all’interno della RNO.

Inquadramento climatico

Il regime termo-pluviometrico e climatico della RNO è stato studiato attraverso l’analisi statistica dei dati[2] delle serie storiche di 14 stazioni termo-pluviometriche (Acquaformosa, Aieta, Campotenese, Firmo, Laino Borgo, Morano Calabro, Mormanno, Orsomarso, Papasidero, Praia d’Aieta, Roggiano Gravina, San Sosti, Scalea, Verbicaro Scalo). Utilizzando i dati ottenuti, sono state calcolate le mappe della piovosità e temperatura media annua. È stata creata la carta della pioggia media annua mediante interpolazione geostatistica (Geostatystical Analyst ArcGIS 9.0, ESRI) di tipo universal kriging ([48], [49], [37]) in ambiente GIS, mentre la carta della temperatura media annua è stata ottenuta mediante un’operazione di Map Algebra (ArcGIS 9.0 - ESRI) utilizzando l’equazione e le relative correzioni della retta di regressione costruita da Ciancio ([14]) per la Calabria. Successivamente la RNO è stata inquadrata secondo le classificazioni bioclimatiche di Rivas Martinez ([69]) e Quezel & Medail ([68]).

Analisi storica e attuale dei popolamenti forestali

Le informazioni storiche sono state raccolte attraverso il reperimento di documenti, fotografie e cartografie d’epoca. La “Carta delle terre dell’ex barone di Orsomarso (1930)” e la copertura completa di foto aeree (volo GAI 1954 e volo IT2000), sono state georiferite ed hanno consentito, tramite GIS, di mettere in evidenza il cambiamento di copertura forestale negli ultimi 50 anni.

Inquadramento tipologico

Si è seguita una metodologia standard applicata anche in altre regioni ([21]), pur con i dovuti accorgimenti resisi necessari per le particolarità dell’area di studio. Il lavoro si è articolato in 4 fasi e per successive approssimazioni: 1) analisi bibliografica e delle conoscenze acquisite; 2) verifica preliminare in bosco delle unità tipologiche; 3) descrizione delle diverse unità; 4) validazione definitiva delle unità tipologiche.

Il rilevamento delle unità tipologiche è stato condotto prendendo in esame i seguenti aspetti (facenti parte della scheda di rilievo):

  • Inquadramento dell’unità : si tratta di indicazioni utili per l’inquadramento dell’unità nei diversi sistemi di classificazione. Definizione delle unità tipologiche secondo la classificazione gerarchica proposta da Del Favero et al. ([25]): categoria, sottocategoria, tipologia (sottotipologia) e variante. Specie indicatrici. Caratterizzazione fitosociologia. Le categorie e le unità tipologiche sono state poi riferite ai seguenti sistemi di classificazione: 1) Inventario Nazionale delle Foreste e dei Serbatoi Forestali di Carbonio ([43]) per le foreste italiane; 2) Corine Biotopes Classification ([33]); 3) Natura 2000 Habitat Class ([34]); 4) European Forest Types ([28]) per le foreste europee (che contiene riferimenti alle classificazioni EUNIS III livello e Direttiva Habitat 93/43/CEE).
  • Localizzazione geografica dell’unità : ha lo scopo di fornire una indicazione di massima della distribuzione dell’unità e individuare alcune località in cui è presente nella sua espressione più tipica. Delimitazione geografica del tipo (quote minima e massima, esposizioni prevalenti, geomorfologia, pendenza, substrato, tipo di suolo). Individuazione dei punti ritenuti significativi e rappresentativi (località caratteristica) per descrivere l’unità tipologica (nei quali sono stati condotti i rilievi).
  • Indicatori qualitativi del funzionamento: vengono descritti alcuni caratteri qualitativi dell’unità. È utile per delineare sia una corretta gestione sostenibile sia la sua futura evoluzione. Composizione arborea attuale: tipo di struttura somatica, modalità e grado di copertura, rinnovazione naturale (per la rinnovazione gamica si considerano i soggetti con diametro < 2.5 cm e altezza < 3 m, all’interno di ciascuna area di saggio, lungo ogni direzione cardinale, sono state effettuate delle microaree di saggio di 1 m2 intervallate ad una distanza dal centro pari a 1/3, 2/3, 3/3 del raggio della area di saggio per un totale di 13 microaree; localizzazioni preferenziali: coperto, scoperto, margine; età e altezza dei semenzali). Età del popolamento. Fattori limitanti l’insediamento e l’affermazione della rinnovazione. Disturbi (abiotici e biotici). Tendenze dinamiche naturali. Stato vegetativo. Azioni di disturbo. Pregi. Descrizione della forma di gestione attuale.
  • Indicatori quantitativi: si tratta di indici quantitativi utili per comprendere la funzionalità del sistema. Sono valori largamente indicativi che non hanno lo scopo di fornire un quadro dello stato dendro-auxometrico, ma di evidenziare l’attuale campo di variazione delle situazioni osservate. Indicatori biometrici (variano in funzione del tipo di governo e di gestione). Sono state materializzate al suolo aree di saggio (AdS) circolari di raggio variabile (> 15 m per i cedui; > 20 m per i popolamenti governati a fustaia) entro cui sono stati rilevati tutti i parametri dendro-auxometrici; il disegno di campionamento adottato è di tipo soggettivo; il numero delle AdS varia da 3, per le tipologie di estensione più limitata, a 8 per le tipologie di estensione maggiore e dislocate su tutta la Riserva. Per i calcolo dell’incremento percentuale è stato utilizzato il procedimento di Borggreve ([38]).
  • Indicazioni sulla gestione sostenibile delle unità tipologiche: si riferiscono al tipo di gestione verso cui sarebbe opportuno indirizzare l’unità.

Rilievo della necromassa

La necromassa viene distinta in: a) necromassa in piedi che comprende le piante morte in piedi, intere o troncate, dove le foglie e i piccoli rami sono caduti ([47]); b) necromassa a terra che comprende tutti i rametti, rami e fusti di alberi e arbusti morti che sono caduti e che si trovano sul terreno ([8]).

Fig. 1 - Disposizione dei segmenti di campionamento per il rilievo della necromassa a terra secondo il metodo LIS. (A) Campionamento adottato in aree pianeggianti (principalmente fustaie e rimboschimenti). (B) Campionamento adottato in aree pianeggianti (principalmente cedui). (C) Campionamento utilizzato nei versanti più acclivi (pendenza > 50 %).
 
Enlarge/Shrink Open in Viewer

Per ogni area di saggio la necromassa in piedi è stata rilevata misurando in tutti i soggetti morti con diametro maggiore o uguale a 2.5 cm a 1.30 m, il diametro a metà lunghezza; nella medesima area sono stati misurati tutti i soggetti vivi. La necromassa a terra è stata rilevata mediante campionamento per intersezione lineare (LIS, Line Intersect Sampling - [77], [16]). Il rilevamento è stato condotto lungo 9 segmenti lineari di campionamento di lunghezza variabile da 30 a 40 m disposti su un’area complessiva di 1 Ha in corrispondenza di ogni area di saggio (Fig. 1), per ogni segmento è stato misurato il diametro dei pezzi (rami e fusti) con diametro maggiore o uguale a 2.5 cm che intersecano il segmento stesso. Le elaborazioni hanno riguardato: a) per la necromassa in piedi, il numero di fusti morti in piedi, la percentuale di piante morte in piedi sul totale, la ripartizione in classi di diametro, il volume con la formula di Huber; b) per la necromassa a terra, il volume di ogni segmento lineare e il volume complessivo ad ettaro impiegando le seguenti formule (eqn. 1):

\begin{equation} V = \Pi^2 \sum_{i=1}^{m} \left( \frac{d_i^{2}}{8L} \right) \end{equation}

dove m = numero dei pezzi intersecati; d = diametro dei pezzi (cm) nel punto di inserzione con il segmento; L = lunghezza del segmento lineare campione (m).

Per il volume complessivo ad ettaro (eqn. 2):

\begin{equation} V = \frac{\sum_{j=1}^{n} L_j \cdot V_j}{\sum_{j=1}^{n} L_j } \end{equation}

dove n = numero dei segmenti campione; V j = la massa ad ettaro dei residui legnosi stimata sul j-esimo segmento campione.

Per la determinazione delle classi di decomposizione è stata adottata la classificazione di Maser (1979) in McComb & Lindenmayer ([54]).

Analisi del funzionamento delle unità tipologiche: il Pattern Spaziale di Interazione Collettiva Relativa (PSICR)

La definizione di funzionamento utilizzata in questo studio fa riferimento a due aspetti: 1) al modo in cui si svolge la vita dei gruppi nella popolazione ([20]); 2) al modo con cui i gruppi competono per aggiudicarsi il territorio. Il fine è quello di individuare dei modelli qualitativi[3] di funzionamento generali delle unità tipologiche come supporto per l’individuazione di criteri gestionali rispettosi del funzionamento e quindi sostenibili.

L’ipotesi è che la Collettività Relativa[4] interagisce, in seno al gruppo e fra i gruppi per contendersi lo spazio vitale, secondo dei patterns spaziali differenti individuabili attraverso lo studio di alcuni parametri ecologici che determinano variazioni nell’abbondanza e nella distribuzione delle unità tipologiche (nello spazio e nel tempo). I patterns sono contraddistinti da caratteristiche comuni a tutte le comunità biologiche quali la natalità, la mortalità, la disponibilità di risorse, la presenza/assenza di perturbazioni, il tipo di competizione interspecifica e intraspecifica ([4], [73]). Queste caratteristiche rappresentano le componenti del modello (Fig. 2) e sono utilizzate, in questo studio, come indicatori del funzionamento beninteso che un sistema biologico (non-lineare) si definisce funzionante quando è autosufficiente. Come termine di paragone riguardo all’evoluzione dinamica degli indicatori si è fatto riferimento ai modelli di Oliver & Larson ([64]).

Fig. 2 - Le componenti del modello.
 
Enlarge/Shrink Open in Viewer

Per questo tipo di analisi, sono state utilizzate le stesse informazioni, rielaborate e riorganizzate, servite per l’inquadramento tipologico. La natalitàè stata studiata mediante i rilievi sulla rinnovazione (qualità e quantità della rinnovazione). La mortalità (incidenza di piante morte) è stata studiata mediante il rilievo della necromassa in piedi. La disponibilità di risorse è stata valutata facendo riferimento al tipo ed alla fertilità del suolo. Le perturbazioni (biotiche e abiotiche, grado e frequenza) sono state studiate mediante la scheda di rilievo delle unità tipologiche. Per quanto riguarda la competizione interspecifica sono stati creati dei subpatterns (nello spazio-tempo) che indicano il tipo di competizione: la dominanza, che caratterizza popolamenti in cui una specie domina sulle altre (specie minoritarie) occupando tutto lo spazio a sua disposizione per molto tempo; il conflitto, in cui specie diverse si contendono il territorio nello spazio e nel tempo; l’alternanza, in cui due specie (entrambi leader ma con caratteristiche opposte) si alternano la supremazia del territorio. La competizione intraspecifica fra tipologie appartenenti alla stessa categoria (nel nostro caso per i Boschi di faggio) è stata studiata mediante l’indice di distanza relativa degli alberi RTD (Relative Tree Distance, [67] - eqn. 3):

\begin{equation} RTD = \frac{\sqrt{10.000 / N}}{H_{dom}} \cdot 100 \end{equation}

dove RTD = relative tree distance [%]; 10.000 = area di 1 ha [m2]; N = n. piante ad ettaro; Hdom = altezza dominante [m].

I dati ottenuti sono stati riassunti in modo da poter implementare i modelli qualitativi (PSICR indicati con lettere maiuscole) di cui gli indicatori sopraelencati rappresentano le singole componenti. Per meglio comprendere le relazioni fra funzionamento e gestione per ogni PSICR sono stati elaborati dei quadri di funzionamento riportati in appendice (Appendice 1). I quadri di funzionamento descrivono le caratteristiche salienti dei PSICR e rappresentano gruppi omogenei in riferimento ad ogni singolo PSICR.

La Carta delle tipologie forestali

Per la realizzazione della Carta delle tipologie forestali si è scelta la definizione di bosco definita in sede FAO per il Forest Resources Assessment [5] del 2000 ([35]), secondo la quale si intende per bosco una porzione di territorio con grado di copertura arborea > 10%; estensione > 5000 m2; lunghezza > 20 m; altezza del soprassuolo > 5 m. Inoltre sono stati inclusi nel bosco i vivai forestali, le strade forestali, i viali taglia fuoco e tutte le piccole aperture nel bosco. Infine sono state considerate bosco anche le fasce boscate con una superficie > di 0.5 Ha e una larghezza < di 20 m, le formazioni rupestri, le formazioni arbustive collegate dinamicamente con quelle forestali. Le fasi fondamentali per la sua realizzazione possono essere ricondotte a 3: 1) classificazione a video per foto-interpretazione delle categorie forestali; 2) verifica a terra attraverso l’uso del GPS (Trimble GeoXT), individuazione delle tipologie forestali e correzione degli errori; 3) produzione degli elaborati cartografici. Le informazioni relative alle tre fasi sono state gestite attraverso il software ArcGIS 9.0. Nella prima fase la foto-interpretazione è risultata difficile a causa della omogeneità strutturale e fisionomica dei boschi della RNO (ciò ha reso indispensabile la preliminare individuazione di unità di riferimento, di interpretazione certa, da utilizzare come termine di paragone). Nella seconda fase, condotta in campo, tutti i dati della fotointerpretazione sono stati caricati sul software-mobile Trimble TerraSync in modo da poter: a) verificare ed editare i poligoni, costruiti nella prima fase e delimitare i poligoni delle tipologie forestali: b) aggiornare il data base; inoltre, in accordo con la Carta Regionale dei Tipi Forestali del Veneto ([23]) la fase 2 è servita per il controllo dei confini fra bosco e non bosco, fra categorie forestali e fra tipologie forestali. La terza fase è servita per la riorganizzazione dei dati e la produzione della cartografia. Tutto il lavoro cartografico è stato restituito nel sistema di proiezione UTM WGS84 Fuso 33. Le informazioni raccolte sono state codificate ed archiviate in un database topografico georelazionale formato shape (quindi continuamente aggiornabili) in modo da poter utilizzare i dati a livello di singola categoria, tipologia, sottotipo e variante.

Risultati e discussione 

Le informazioni delle singole unità tipologiche sono state riassunte in schede di cui viene fornito un esempio relativo alla tipologia Faggeta ad agrifoglio. Per una visione generale delle tipologie rilevate nella Riserva, in appendice (Appendice 2) vengono riportate in forma tabellare le singole unità tipologie e le relative corrispondenze con le principali classificazioni della vegetazione forestale a livello nazionale ed europeo.

Faggeta ad agrifoglio

Inquadramento dell’unità

Nell’ambito di questo tipo si possono considerare alcune varianti: con acero di monte, con acero di Lobelius e tasso, con acero napoletano, con ontano napoletano.

  • Riferimenti ai sistemi di classificazione. INFC 8. Faggete; EEA 7.3 Apennine-Corsican montane beech forest; Corine Biotopes ([33]) 41.18; Habitat natura 2000[6] (Dir.92/43/EEC) 9210* (Apennine beech forests with Taxus and Ilex); 9220* (Appenine beech forests with Abies alba and beech forestst with Abies nebrodensis) - l’asterisco contraddistingue gli habitat prioritari.
  • Caratterizzazione fisionomica. Lo strato arboreo è dominato dal faggio, sporadica è la presenza di altre specie arboree legate a particolari condizioni edafiche: acero napoletano (Acer neapolitanum), acero di monte (Acer pseudoplatanus), acero di Lobelius (Acer lobelii), ontano napoletano (Alnus cordata) e tasso (Taxus baccata). Lo strato arbustivo è scarsamente sviluppato e rappresentato da Ilex aquifolium, Daphne laureola, Rubus hirtus. Nello strato erbaceo sono diffuse le specie erbacee indicatrici di una buona fertilità quali Galium odoratum, Sanicula europaea, ecc..
  • Caratterizzazione fitosociologia. Le faggete macroterme sono riferibili a due distinte associazioni. Quelle con spiccato carattere di oceanicità sono state inquadrate nell’Anemono apenninae-Fagetum ([36]) [9] (=Aquifolio-Fagetum [36]), associazione descritta da Gentile ([36]) per i sistemi montuosi dell’Italia meridionale e Sicilia, successivamente emendata da Brullo ([9]). Le faggete con una maggiore mesofilia, rispetto all’Anemono apenninae-Fagetum, insediate su suoli profondi e freschi, caratterizzate dalla presenza dell’acero di Lobelius e del tasso sono invece riferibili all’Acero lobelii-Fagetum [1] em. [75].
  • Caratterizzazione climatica. Macroclima temperato, a) bioclima temperato di transizione oceanico con ombrotipo subumido e termotipo mesomediterraneo; b) bioclima temperato oceanico con ombrotipo iperumido e termotipo supratemperato ([69]). Supramediterranea e mediterranea montana ([68]).
  • Specie indicatrici. Fagus sylvatica, Ilex aquifolium.

Localizzazione

  • Località caratteristiche. Pietra Palomba, Fiumarella di Tavolara, Mare Piccolo, Corno Mozzo.
  • Esposizione. NE in prevalenza, ma l’unitàè indifferente all’esposizione.
  • Distribuzione altitudinale. Da 900 a 1460 m s.l.m..
  • Geomorfologia. Medi e alti versanti.
  • Substrati. Calcari e dolomie.
  • Suoli. Sono più o meno profondi e alterati per effetto della morfologia (crinali e versanti più o meno acclivi) e dello sfruttamento più o meno intenso, riferibili sia ai Cumulic Hapludolls che ai Lithic Hapludolls ([70]).
  • Forma di gestione attuale. Non ordinariamente gestiti.

Indicatori qualitativi

  • Composizione arborea attuale. Faggio (100%), con sporadici soggetti di acero montano, tasso e ontano napoletano.
  • Tipo di struttura somatica. Modalità e grado di copertura. Monoplana. Frequente anche il tipo multiplano. Copertura regolare, 80-100%.
  • Rinnovazione naturale. Nelle fustaie monoplane a densità elevata, normalmente non c’è rinnovazione naturale sottocopertura. Invece nelle aree dove la struttura verticale è più complessa la densità dei semenzali di faggio diviene significativa (1.2-1.9 semenzali/m2).
  • Tendenze dinamiche naturali. Questa tipologia può essere considerata una formazione stabile. PSICR A’.
  • Stato vegetativo e azioni di disturbo. Buono; pascolo.
  • Pregi. Naturalistico: elevato. Tecnologico: basso. Estetico: alto.

Indicatori quantitativi

Nelle faggete monoplane poste nelle posizioni migliori nell’area ottimale della specie, la densitàè di 600 piante ha-1, il diametro medio è di 28 cm, l’altezza media di 26.6 m, l’area basimetrica di 37.9 m2 ha-1, la massa in piedi di 539 (con valori massimi di 800) m3 ha-1.

Nelle faggete monoplane, biplane e comunque poco articolate strutturalmente, di età media di 50-60 anni, il diametro medio è di 15-22 cm, l’altezza media di 14-28 m, l’area basimetrica di 30-45 m2 ha-1, la massa in piedi di 350-550 m3 ha-1.

Indicazioni sulla gestione sostenibile delle unità tipologiche

Una volta individuate le unità tipologiche e le informazioni a supporto (dati ancillari), gli indirizzi di gestione sostenibile delle singole unità tipologiche sono stati formulati secondo uno schema che tiene conto: 1) delle determinanti, ovvero le caratteristiche intrinseche dell’area e che influenzano direttamente ed indirettamente il tipo di gestione; 2) degli obiettivi da perseguire per la singola unità tipologica; 3) della localizzazione degli interventi, dove ecologicamente ed economicamente convenienti. In Tab. 5 viene riportato un esempio relativo alla Faggeta ad agrifoglio.

Tab. 5 - Indirizzi selvicolturali per la gestione sostenibile delle Faggete ad agrifoglio della RNO Valle del Fiume Argentino.
Determinanti Obiettivi Localizzazione
degli interventi
Trattamenti e azioni
Area fortemente utilizzata in passato. Ultimi interventi 1955. Boschi in fase di ricostituzione delle dinamiche naturali. Condizioni climatiche favorevoli: elevata piovosità - oceanicità del clima. Presenza di Habitat prioritari NAT2000. ZPS “Direttiva Uccelli”. SIC “Direttiva Habitat”. EUAP “Riserva Naturale Biogenetica”. Presenza di nuclei di capriolo autoctono. Presenza del cinghiale. Protezione In prossimità degli Habitat prioritari NAT2000. Nessun intervento - Aree buffer di 300-400 m di raggio. MONITORAGGIO AMBIENTALE.
Abbandono colturale e monitoraggio Aree di protezione ed aree a pendenza della IV e V classe mal servite da infrastrutture. MONITORAGGIO AMBIENTALE.
Miglioramento strutturale e funzionale Condizioni ecologiche
ottimali. Aree a pendenze della I e III classe ben servite da infrastrutture.
Tagli successivi a gruppi. Tagli modulari ([15]): G > 20 m2; provv. min.: 250-300 m3 ha-1; tasso utilizzazione < tasso accrescimento. Rilascio delle piante di acero e di ontano e acero di Lobelius. Rilascio dei soggetti più grandi e di cattiva forma.
Caso particolare: faggeta ad agrifoglio var. a tasso Conservazione e ridiffusione del tasso Le popolazioni di tasso sono in espansione, dopo oltre 50 anni di assenza di interventi selvicolturali. Per favorire la conservazione del tasso Piovesan et al. ([66]) propongono i seguenti interventi: 1) protezione dal pascolo con recinzione dei nuclei di rinnovazione di tasso esistenti. 2) controllo delle popolazioni di ungulati. 3) divieto di taglio di parte e/o della pianta intera di tasso. 4) diradamento o sfollamento dei nuclei di faggio più densi, eliminazione parziale dei soggetti più grandi di faggio dando luogo a piccole buche (di 300-400 m2 in numero massimo di 1 ad ettaro) creando, quindi, condizioni favorevoli per la rinnovazione naturale non solo del faggio ma anche del tasso. Considerato il numero ridotto degli individui della popolazione di tasso che può determinare una riduzione della variabilità genetica, si può ipotizzare di reintrodurre il tasso con soggetti provenienti dalle stesse popolazioni locali.
Enlarge/Shrink Open in Viewer

Di seguito in Fig. 3 e Fig. 4 e nelle Tab. 1, Tab. 2, Tab. 3 vengono riportati i dati allegati ad ogni singola unità tipologica. La Fig. 3 mette in evidenza la disposizione della categoria boschi di faggio in relazione con le principali caratteristiche topografiche e litologiche: 1) la distribuzione della superficie [%] in classi di esposizione ha messo in evidenza la tendenza dei boschi di faggio ad occupare il quadrante meno soleggiato NO (i picchi nelle classi SO e NO sono dovuti alla naturale giacitura della RNO lungo la direttrice EO con aumento delle quota secondo la direttrice stessa); 2) la distribuzione della superficie [%] della categoria in classi geologiche indica che la quasi totalità della superficie occupata dai boschi di faggio poggia su litologie calcaree (il dato è relativo in quanto tutto il massiccio del Pollino è caratterizzato da litologie calcaree); 3) la distribuzione della superficie [%] in classi di pendenza, oltre a fornire indicazioni sulla prevalente ubicazione dei boschi di faggio (aree pianeggianti o più o meno acclivi), fornisce a grandi linee informazioni di tipo economico: in quanto ogni singola classe di pendenza è caratterizzata da un tipo di meccanizzazione per le operazioni di utilizzazione a cui va associato il relativo costo ([39]); 4) la distribuzione della superficie [%] in classi di altitudine fornisce informazioni riguardo ai limiti altitudinali della categoria (un monitoraggio nel tempo di questo indicatore potrebbe fornire informazione sulla tendenza della specie ad occupare stazioni situate a quote inferiori o superiori al suo optimum attuale).

Fig. 3 - Statistiche zonali relative alla tipologia Faggeta ad agrifoglio. (A) Per le classi geologiche Tdl e Tc indicano litologie calcaree. (B) Per le classi di pendenze si fa riferimento a Hippoliti & Piegai ([39]).
 
Enlarge/Shrink Open in Viewer
Fig. 4 - Grafici box and whiskers delle statistiche descrittive della necromassa a terra ed in piedi della tipologia faggeta a d agrifoglio (elaborazione: Statistica, Statsoft, Inc. Tulsa, OK, USA).
 
Enlarge/Shrink Open in Viewer
Tab. 1 - Necromassa in piedi (SDT) per la tipologia Faggeta ad agrifoglio. (*): incidenza di piante morte sul totale del popolamento.
Parametro Dati a ettaro
Interi (n°) 71-80
Troncati (n°) 0
Totale (n°) 71-80
Troncati (%) 0
Vivi (n°) 600-1000
Morti (n°) 71-80
Mortalità * (%) 6.5-13.2
Volume (m3 ha-1) 1.1-1.6
Ripartizione percentuale in
classi di decomposizione
Classe 1
% 100
Ripartizione piante morte in piedi
in classi di diametro
Classe [cm] n. % delle p. morte in piedi riferito alla classe
5 75 27.8-28.5
10 15 10.3-12.1
Enlarge/Shrink Open in Viewer
Tab. 2 - Necromassa a terra (CWD) per la tipologia Faggeta ad agrifoglio.
Diametro
pezzi
Min Med Max
cm 2-2.4 4.5 7-14
Volume m3 ha-1 11.1 - 16.0
Ripartizione percentuale in
classi di decomposizione
Classi 1 2 3 4 5
% 1.5 10.3-32.0 20.6-44 25.3-64.7 4.4
Enlarge/Shrink Open in Viewer
Tab. 3 - Ripartizione della rinnovazione per la tipologia Faggeta ad agrifoglio. *Fasy = Fagus sylvatica; Acop = Acer opalus; Acps = Acer pseudoplatanus; Aclo = Acer lobelii; Soau = Sorbus aucuparia.
- Coperto
Specie* Fasy Acop Acps Aclo Soau
N. semenzali m2 (1) 2.2 (2.4) 0.1 (0.3) 1.8 (3) 0.1 (0.1) 0.15 (0.2)
Altezza media [cm] (1) 23.2 (110) 9 (1.5) 16.8 (31) 12.8 6.0
Età media [anni] (0.5) 1.35 (1.7) 1.0 (0.5) 1.35 (1.7) 1.0 5.0
- Margine
N. semenzali m2 (0.6) 1.5 (1.8) - 0.1 - 0.01
Altezza media [cm] (1) 9.0 (11) - 10.0 - 45.0
Età media [anni] (0.5) 1.0 (2) - 1.0 - 5.0
Enlarge/Shrink Open in Viewer

Per quanto riguarda la necromassa in piedi e a terra, attualmente, i dati raccolti forniscono solamente informazioni aggiuntive per la comprensione delle relazione di questo indicatore Paneuropeo ([55]) con le dinamiche evolutive dei popolamenti forestali. La Fig. 4 indica i principali parametri riscontrati nella Riserva per la tipologia Faggeta ad agrifoglio. In Tab. 1 vengono presentati i valori di necromassa in piedi (SDT) per la categoria boschi di faggio. Tutti gli alberi morti in piedi rientrano nella I classe di decomposizione e nelle prime due classi diametriche 5 e 10 cm. Ciò indica probabilmente che la mortalitàè causata dalla naturale evoluzione di questi popolamenti che si trovano attualmente nelle prime fasi di sviluppo (mortalità densità -dipendente). Non sono presenti alberi morti in piedi con diametro superiore a 10.2 cm (considerata da [72] la soglia minima utilizzata dalla fauna cavicola). L’assenza di alberi morti in piedi appartenenti a classi di decomposizione e diametriche superiori è probabilmente collegata con la gestione passata che prevedeva il taglio di tutte le piante di faggio con diametro > 55 cm (soglia oltre la quale la probabilità di difetti tecnologici del legno - cuore rosso - era elevata). Nella Tab. 2 vengono presentati i dati della necromassa a terra (CWD) per la categoria boschi di faggio. In questo caso i valori della frequenza [%] indicano la presenza a terra di materiale in uno stato di decomposizione avanzato; è probabile che l’abbandono gestionale, della popolazione e l’istituzione della RNO abbiano favorito la permanenza al suolo della necromassa senza che questa venisse prelevata dalla popolazione per prevalentemente energetici.

Per quanto concerne il funzionamento dei tipi forestali, sono stati individuati 6 PSICR (i quadri di funzionamento sono riportati in Appendice - Appendice 3, Appendice 4). Per la Faggeta ad agrifoglio è stato individuato il PSICR denominato A’ le cui caratteristiche sono riportate in Tab. 4 assieme al PSICR A che caratterizza la Faggeta a campanula. La Tab. 4 consente di apprezzare le differenze a livello funzionale fra le due tipologie: 1) la disponibilità di risorse a livello edafico è maggiore per la faggeta ad agrifoglio, ciò e attribuibile all’ubicazione della seconda a quote e pendenze meno elevate. Queste due caratteristiche sono intimamente collegate con la pedogenesi nella Riserva in quanto, nel caso di litologie calcaree, i suoli più fertili sono quelli originatisi per accumulo gravitativo dalle quote superiori a quelle inferiori e nelle aree pianeggianti ([3]). Non è da escludere che le passate utilizzazioni nelle zone cacuminali e nelle esposizioni più calde abbiano rallentato le dinamiche pedogenetiche; 2) la minore natalità e la maggiore mortalità (SDT) delle prime classi diametriche (5-10 cm) della faggeta a campanula rispetto alla faggeta ad agrifoglio indica probabilmente, per la prima tipologia, un’attuale fase evolutiva di transizione fra lo stadio di chiusura della copertura (canopy closure) ed accumulo di biomassa (biomass accumulation/competitive exclusion - [64]), anche se l’ubicazione di questi popolamenti in prossimità del limite della vegetazione arborea nella Riserva (quindi maggiormente esposti ad estremi climatici) influisce negativamente sulla rinnovazione e positivamente sulla mortalità; 3) non sono state rilevate perturbazioni degne di nota o ritenute capaci di influenzare le dinamiche naturali di questi popolamenti; 4) la dominanza e le dinamiche ritenute stabili escludono gli effetti causati dalla competizione interspecifica ma sono anche indice di aree ottimali per questa specie. Il quadro di funzionamento per questa categoria è il seguente: A e A’ indicano una particolare configurazione stabile che non può essere facilmente intaccata. Si tratta di una porzione di territorio fondata da individui propri. Gruppi di piante danno origine ad una configurazione di questo tipo sono fortemente avvantaggiati nei confronti: a) delle perturbazioni; b) delle specie competitrici in quanto limitano lo spazio vitale ad esse necessario assicurandosi per molto tempo il controllo di quel territorio. Questo fenomeno è legato probabilmente a due aspetti: 1) agli spazi interni protetti che forniscono le risorse e lo spazio utile per la rinnovazione (spazio riproduttivo), entrambi necessari al mantenimento del gruppo; 2) alle caratteristiche eco-fisiologiche della specie in relazione alle condizioni in cui vive (optimum edafo-climatico). Il gruppo entra in conflitto con altre categorie solo agli estremi termo-udometrici inferiori (dove la temperatura aumenta e l’UR diminuisce) a causa della perdita di competitività. Le differenze riscontrate fra i PSICR A e A’ (vedi Tab. 4) indicano probabilmente differenze nello stadio evolutivo dei due popolamenti. Attualmente la funzionalità di questi sistemi non risulta compromessa perciò è opportuno che per la gestione vengano presi in considerazioni azioni che si ispirano ai moderni canoni della selvicoltura naturalistica.

Tab. 4 - Categoria Boschi di faggio e relativi PSICR. (*): Incidenza di piante morte. (1): Suoli litici e con maggiore scheletro rispetto a suoli che caratterizzano le faggete macroterme. (1a): Rispetto a quella rilevata nelle faggeta macroterme (necromassa in piedi = (13.2) 15.1 (17) m3 ha-1). (1b): Biotiche: nessuna. Abiotiche: rare (pascolo). (1c): Sporadica presenza dell’acero di Lobelius. RDT = (9.4) 9.5 (9.6). (2): Suoli profondi e ricchi di sostanza organica. I più fertili della RNO. (2a): Soprattutto al coperto e al margine (1.2-1.9 piante m-2). (2b): Necromassa in piedi = (0) 1 (1.6) m3 ha-1). (2c) Biotiche: sporadici attacchi di Heterobasidion spp. Abiotiche: rare (pascolo). (2d): Presenza di specie minoritarie (acero di monte, acero di Lobelius e tasso, ontano napoletano). RDT (11.2) 13.5 (16.7).
Tipologie forestali PSICR Componenti
Categoria Sottocat. Tipologia Risorse Natalità Mortalità * Perturbazioni Competizione Dinamiche
Boschi di faggio Faggeta
microterma
Faggeta a campanula A SUFFICIENTI1 SPORADICA ELEVATA1a POCHE1b DOMINANZA1c STABILI
Faggeta
macroterma
Faggeta ad agrifoglio A’ MOLTE2 PRESENTE2a BASSA2b POCHE2c DOMINANZA2d STABILI
Enlarge/Shrink Open in Viewer

Le indagini per la realizzazione della Carta delle tipologie forestali (Fig. 5) hanno consentito anche la produzione dei transects della vegetazione forestale (Fig. 6) e le rappresentazioni in 3D (Fig. 7) utili per evidenziare la distribuzione delle unità tipologiche all’interno della RNO. Sono stati realizzati 3 transect (2 secondo la direttrici SN, collina e montagna, 1 secondo la direttrice EO). In Fig. 6 viene riportato quello costruito lungo la direttrice NS, che consente di apprezzare: 1) la successione altitudinale delle unità tipologiche all’interno della Riserva da cui si evince: a) la caratteristica ubicazione delle formazioni riparie lungo gli impluvi; b) l’ubicazione rupicola dei popolamenti di pino loricato e tendenzialmente nelle aree caratterizzate da dissesto litologico (Pc1) dove si rinnova senza ostacoli; 2) la presenza dell’acero di monte principalmente lungo i piedi dei versanti della Riserva (aree di maggiore fertilità e spessore del suolo dovuta ai processi gravitativi); 3) la presenza nella Riserva del tasso alle quote più elevate; 4) la presenza dell’acero di Lobelius a partire da 350 m s.l.m. principalmente lungo gli impluvi.

Fig. 5 - Carta delle categorie forestali della RNO Valle del Fiume Argentino.
 
Enlarge/Shrink Open in Viewer
Fig. 6 - Transetto della vegetazione forestale della RNO Valle del Fiume Argentino (ascisse: distanza relativa Km; ordinate: altitudine m s.l.m.) in relazione con le classi pedologiche ([71]) l’asterisco indica la presenza dell’acero di Lobelius. BF = Boschi di faggio; PC = Pinete di pino loricato; BL = Boschi di leccio; FR = Formazioni riparie. 14.2 = Typic Udorthens, coarse loamy, mixed (non-acid), mesic; 15.6 = Lithic Hapludolls loamy skeletal mixed, mesic; 16.9 = Lithic Haploxeralfs, fine, mixed, thermic.
 
Enlarge/Shrink Open in Viewer
Fig. 7 - Rappresentazione 3D delle categorie forestali della RNO Valle del Fiume Argentino (sullo sfondo il M. Palanuda 1623 m s.l.m.). BF = Boschi di faggio; PPL = Pinete di pino loricato; BL = Boschi di leccio; RB = Rimboschimenti di conifere; OO = Orno ostrieti; ARB = Arbusteti; FR = Formazioni riparie.
 
Enlarge/Shrink Open in Viewer

Nella Fig. 7 è possibile apprezzare: a) la particolare morfologia accidentata della Riserva; b) l’ubicazione rupicola dei Popolamenti di pino loricato; c) il limite della vegetazione forestale (M. Palanuda sullo sfondo); d) l’ubicazione tipica delle formazioni riparie a ontano nero e napoletano lungo il fiume Argentino.

Conclusioni 

Le analisi condotte hanno consentito di analizzare le formazioni forestali della RNO sotto vari aspetti: topografico, climatico, geo-pedologico, fitosociologico e selvicolturale quindi economico-gestionale, ecologico e funzionale. Gli aspetti interessanti sono quelli relativi: a) all’ottimizzazione della gestione delle informazioni ottenute dalle schede di rilievo; b) all’introduzione di elementi innovativi che hanno consentito approfondire le conoscenze sul funzionamento delle unità tipologiche. In questo senso, nel presente studio, hanno un ruolo di primo piano il rilievo della rinnovazione naturale [semenzali m-2], il rilievo della necromassa in piedi e a terra [m3 ha-1], l’uso di dati dendrometrici rilevati nel corso del presente studio e la proposta dei PSICR quali “modelli silvologici qualitativi” per la comprensione del funzionamento. La comprensione del funzionamento è da considerare un aspetto imprescindibile per una gestione rispettosa delle dinamiche naturali.

In riferimento ai PSICR ad essi in futuro potranno essere aggiunte informazioni nuove per approfondire altri aspetti interessanti quali la resistenza e la resilienza dei popolamenti forestali nei confronti dei disturbi delle foreste in ambiente Mediterraneo.

Bibliografia

(1)
Aita L, Corbetta F, Orsino F (1984). Osservazioni fitosociologiche sulla vegetazione forestale dell’Appennino Lucano centro-settentrionale. 2. Le Faggete. Boll. Acc. Gioenia Sci. Nat. Catania 17 (323): 201-219.
::Google Scholar::
(2)
Amorini E, Fabbio G (1992). La gestione dei rimboschimenti con pino nero. Monti e Boschi 43 (4): 27-29.
::Google Scholar::
(3)
ARSSA (2003). I suoli della Calabria. Carta dei suoli in scala 1:250.000 della Regione Calabria, Reggio Calabria.
::Google Scholar::
(4)
Begon M, Harper JL, Townsend CR (1989). Ecologia: individui, popolazioni, comunità. Zanichelli, Bologna, pp. 835.
::Google Scholar::
(5)
Blasi C, Filibeck G, Rosati l (2006). Classification of southern Italy Ostrya carpinifolia woods. Fitosociologia 43 (1): 3-23.
::Google Scholar::
(6)
Bonin G (1978). Contribution à la connaissance de la végétation des montagnes de l’Apennin centre-méridional. Univ. Droit d’Economie et de Sciences (Aix-Marseille III). Fac. Sc. Tech. St. Jédrôme. Thése de Doctorat en Sciences.
::Google Scholar::
(7)
Booth B (2000). Using 3D Analyst. ESRI, USA.
::Google Scholar::
(8)
Bretz Guby NA, Dobbertin M (1996). Quantitative estimates of coarse woody debris and standing dead trees in selected Swiss forests. Global Ecology and Biogeography Letters 5: 327-341.
::CrossRef::Google Scholar::
(9)
Brullo S (1984). Contributo alla conoscenza della vegetazione delle Madonie (Sicilia settentrionale). Boll. Acc. Gioienia Sci. Nat. Catania 16 (322): 351-420.
::Google Scholar::
(10)
Brullo S, Spampinato G (1997). Indagine fitosociologa sulle ripisilve della Calabria. Lazaroa 18: 105-151.
::Google Scholar::
(11)
Cameriere P, Gugliotta OI, Mercurio R, Modica G, Spampinato G (2003). Primo inquadramento tipologico dei boschi di farnetto (Quercus frainetto Ten.) dell’Aspromonte (Italia meridionale). Monti e Boschi 54 (3-4): 3-8.
::Google Scholar::
(12)
Caminiti F, Gugliotta OI, Mercurio R, Modica G, Spampinato G (2002). Primo contributo per lo studio dei tipi forestali nel Parco Nazionale dell’Aspromonte. Annali Accademia Italiana di Scienze Forestali 51: 159-218.
::Google Scholar::
(13)
Cassa per il Mezzogiorno (1958). Carta Geologica della Calabria 1:25.000.
::Google Scholar::
(14)
Ciancio O (1971). Sul clima e sulla distribuzione altimetrica della vegetazione forestale in Calabria. ISSA Vol. II.
::Google Scholar::
(15)
Ciancio O, Mercurio R, Nocentini S (1981). Le specie forestali esotiche e le relazioni tra arboricoltura da legno e selvicoltura. Annali Istituto Sperimentale per la Selvicoltura 12: 1-103.
::Google Scholar::
(16)
Corona P (2000). Introduzione al rilevamento campionario delle risorse forestali. CUSL, Firenze.
::Google Scholar::
(17)
Corona P, Marchetti M, Morgante L, Di Pietro L (2001). Cartografia sperimentale e prodromi di una tipologia dei boschi dell’Appennino abruzzese. Accademia Italiana di Scienze Forestali 50: 175-242.
::Google Scholar::
(18)
De Mas G (1993). Tecniche selvicolturali nel restauro ambientale. L’esempio della rinaturalizzazione di aree rimboschite con pino nero. Monti e Boschi 44 (1): 16-22.
::Google Scholar::
(19)
Del Favero R (2001). Progetto boschi del Parco Regionale dei Colli Euganei. Ente Parco Colli Euganei, Este, pp. 212.
::Google Scholar::
(20)
Del Favero R (2004). I boschi delle regioni alpine italiane. CLUEP, Padova, pp. 599.
::Google Scholar::
(21)
Del Favero R (2000). Biodiversità e indicatori dei tipi forestali del Veneto. Regione Veneto, Mestre - Venezia, pp. 335.
::Google Scholar::
(22)
Del Favero R (2002). I tipi forestali della Lombardia. Regione Lombardia - ERSAF. CIERRE editore, Sommacampagna (VR), pp. 506.
::Google Scholar::
(23)
Del Favero R (2006). Carta regionale dei tipi forestali: documento base. Regione Veneto, Mestre - Venezia.
::Google Scholar::
(24)
Del Favero R, De Mas G, Lasen C (1991). Guida all’individuazione dei tipi forestali del Veneto. Regione Veneto, Dipartimento Foreste, Mestre - Venezia, pp. 143.
::Google Scholar::
(25)
Del Favero R, Andrich O, De Mas G, Lasen C, Poldini L (1990). La vegetazione forestale del Veneto. Prodromi di tipologia forestale. Regione Veneto, Dipartimento Foreste, Mestre - Venezia, pp. 177.
::Google Scholar::
(26)
Del Favero R, Lasen C (1993). La vegetazione forestale del Veneto (II edizione). Progetto Editore, Padova, pp. 313.
::Google Scholar::
(27)
Del Favero R, Poldini L, Bortoli PL, Dreossi G, Lasen C, Vanone G (1998). La vegetazione forestale e la selvicoltura nella Regione Friuli-Venezia Giulia. Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia, Direzione Regionale delle Foreste, Vol. I e II, Udine, pp. 490+303.
::Google Scholar::
(28)
EEA (2006). European Forest Types. Categories and types for sustainable forest management reporting and policy. EEA, Technical Report N. 9/2006, Bruxelles.
::Online::Google Scholar::
(29)
ESRI (2000a). Editing in ArcMap. ArcGIS 9.0 Guide. Redlands, CA, USA.
::Google Scholar::
(30)
ESRI (2000b). Using ArcMap. ArcGIS 9.0 Guide. Redlands, CA, USA.
::Google Scholar::
(31)
ESRI (2001a). Using ArcGIS Spatial Analyst. ArcGIS 9.0 Guide. Redlands, CA, USA.
::Google Scholar::
(32)
ESRI (2001b). ArcGIS geostatistycal analyst: Statistical tools for data exploration, modeling and advanced surface generation. ESRI White Paper - August 2001. Redlands, CA, USA.
::Google Scholar::
(33)
EU Commission (1991). CORINE biotopes manual - Habitats of the European Community. A method to identify and describe consistently sites of major importance for nature conservation. Data specifications. Vol. 3, Luxembourg, pp. 300.
::Google Scholar::
(34)
EU Commission (1999). Natura 2000. Interpretation manual of European Union habitats. EUR 15/2 EC DGXI/D2, Bruxelles, October 1999.
::Google Scholar::
(35)
FAO (2001). FRA 2000. Web site.
::Online::Google Scholar::
(36)
Gentile S (1969). Sui faggeti dell’Italia meridionale. Annali Ist. Bot. Università di Pavia, serie 6, 5: 207-306.
::Google Scholar::
(37)
Gribov A, Krivoruchko K, Ver Hoef JM (2004). Modeling the semivariogram: new approach, methods comparison and case study. Stochastic Modeling II (forthcoming), 2004.
::Google Scholar::
(38)
Hellrigl B (1986). Il rilievo dendro-crono-auxometrico. In: “Nuove metodologie nella elaborazione dei piani di assestamento dei boschi” (Bagnaresi U et al. eds). ISEA, Bologna, pp. 1121.
::Google Scholar::
(39)
Hippoliti G, Piegai F (2000). Tecniche e sistemi di lavoro per la raccolta del legno. Compagnia delle Foreste, Arezzo.
::Google Scholar::
(40)
Hofmann A (1957). La vegetazione quale espressione dell’ambiente. Tipologia e fitosociologia al servizio dell’economia forestale. Annali Accademia Italiana di Scienze Forestali 6: 259-281.
::Google Scholar::
(41)
Hofmann A (1969). L’esame della vegetazione nella compilazione dei piani economici. Annali Accademia Italiana di Scienze Forestali 18: 415-444.
::Google Scholar::
(42)
Horvatic S (1958). Typologische gliederung der garrigues und kieferwälder-vegetation des ostradriaschen küstenlandes. Ebenda 17: 1-98.
::Google Scholar::
(43)
INFC (2003). Guida alla classificazione della vegetazione forestale. Inventario Nazionale delle Foreste e dei Serbatoi Forestali di Carbonio, ISAFA, Trento.
::Google Scholar::
(44)
IPLA (1996). I tipi forestali del Piemonte. Regione Piemonte, Torino, pp. 369.
::Google Scholar::
(45)
IPLA (2001). I tipi forestali delle Marche. Regione Marche, Ancona, pp. 252.
::Google Scholar::
(46)
Johnston K, Ver Hoef JM, Krivoruchko K, Lucas N (2001). Using ArcGIS geostatistycal analyst. ESRI, Redlands, CA, USA.
::Google Scholar::
(47)
Kaennel M, Schweingrüber FH (1995). Multilingual glossary of dendrochronology. Paul Haupt Publishers, Berne, Switzerland.
::Google Scholar::
(48)
Kassim AHM, Kottegoda NT (1991). Rainfall network design through comparative kriging methods. Hydrological Science 36.3, 6/1991.
::Online::Google Scholar::
(49)
Krivoruchko K (2001). Using linear and non-linear kriging interpolators to produce probability maps. Annual Conference of the International Association for Mathematical Geology, 2001.
::Google Scholar::
(50)
La Mantia T, Marchetti M, Cullotta S, Pasta S (2001). Materiali conoscitivi per una classificazione dei tipi forestali e preforestali della Sicilia. Parte II. Descrizione delle categorie. L’Italia Forestale e Montana 56 (1): 31-47.
::Google Scholar::
(51)
Lasen C (1998). Esempi di fitosociologia applicata alla tipologia delle stazioni forestali. In: “La tipologia delle stazioni forestali. Esempio di ecologia applicata alla gestione del bosco” (Carraro V, Zanella A eds). Atti del XXXV corso di cultura in ecologia, Dip. TESAF, Università di Padova, pp. 45-53.
::Google Scholar::
(52)
Maiorca G, Spampinato G (1999). La vegetazione della Riserva Naturale Orientata “Valle del Fiume Argentino” (Calabria Nord-Occidentale). Fitosociologia 36 (2): 15-60.
::Google Scholar::
(53)
Mazzoleni S, Ricciardi M (1993). Boschi misti costieri in Campania. Ann. Bot. 6 (suppl. 10): 341-350.
::Google Scholar::
(54)
McComb W, Lindenmayer D (2001). Dying, dead, and down trees. In: “Maintaining biodiversity in forests ecosystems” (Hunter ML jr ed). Cambridge University Press, Cambridge, UK, pp. 335-372.
::Google Scholar::
(55)
MCPFE (2003). State of Europe’s forests 2003. The MCPFE reports on sustainable forest management in Europe, Web Site.
::Online::Google Scholar::
(56)
Mercurio R, Bagnato S, Scarfò F, Spampinato G (2007). I tipi forestali del versante occidentale del Parco Nazionale del Pollino. Edizioni Laruffa, Reggio Calabria, pp. 116.
::Google Scholar::
(57)
Mercurio R, Spampinato G (2003). Primo contributo alla definizione tipologica delle sugherete della Calabria. SISEF Atti 3: 483-490.
::Google Scholar::
(58)
Mercurio R, Spampinato G (2006). I tipi forestali delle Serre. Edizioni Laruffa, Reggio Calabria, pp. 205.
::Google Scholar::
(59)
Mercurio R (2005). La rinaturalizzazione dei rimboschimenti: tra aspettative e realtà scientifica. SISEF Atti 4: 19-25.
::Google Scholar::
(60)
Mondino GP, Bernetti G (1998). I tipi forestali. Boschi e macchie della Toscana. Regione Toscana, Firenze, pp. 358.
::Google Scholar::
(61)
Nocentini S (1995). La rinaturalizzazione dei rimboschimenti. Una prova su pino nero e laricio nel complesso di monte Morello (Firenze). L’Italia Forestale e Montana 50 (4): 425-435.
::Google Scholar::
(62)
Nocentini S (2001). La rinaturalizzazione come strumento di recupero dei sistemi forestali semplificati nell’Italia Meridionale. L’Italia Forestale e Montana 56 (5): 344-351.
::Google Scholar::
(63)
Odasso M (2002). I tipi forestali del Trentino. Centro di Ecologia Alpina, Report n. 25. Trento, pp. 192.
::Google Scholar::
(64)
Oliver CD, Larson B (1996). Forest stand dynamics (update edition). Wiley, New York, pp. 520.
::Google Scholar::
(65)
Pedrotti F, Gafta D (1992). Tipificazione di tre nuove associazioni forestali ripariali nell’Italia Meridionale. Doc. Phytosoc. N. S. 14: 557-560.
::Google Scholar::
(66)
Piovesan G, Schirone B, Hermanin L, Lopuzone G (2002). Considerazioni ecologico-selvicolturali per la ricomposizione e la riabilitazione delle tassete: il caso della faggeta di Morino. Atti del Convegno: “Conservazione della faggeta appenninica a Taxus e Ilex”, pp. 109-134.
::Google Scholar::
(67)
Plauborg KU (2004). Analysis of radial growth responses to changes in stand density for four tree species. Forest Ecology and Management 188: 65-75.
::CrossRef::Google Scholar::
(68)
Quezel P, Medail F (2003). Ecologie et biogéographie des forêts du bassin méditerranéen. Elsevier, Paris, France.
::Google Scholar::
(69)
Rivas Martinez S (1993). Bases para una nueva clasificacion bioclimatica de la Tierra. Folia Bot. Matritensis 10: 1-23.
::Google Scholar::
(70)
Soil Survey Staff (1999). Soil Taxonomy (2nd edn). Agricultural Handbook no. 436, USDA-Natural Resources Conservation Service, Washington, DC, USA.
::Google Scholar::
(71)
Soil Survey Staff (2006). Keys to Soil Taxonomy (10th edn). USDA-Natural Resources Conservation Service, Washington, DC, USA.
::Google Scholar::
(72)
Thomas JW (1979). Widlife habitats in managed forests: the Blue Mountains of Oregon and Washington. USDA Forest Service, September 1979. Agricolture Handbook no. 553.
::Google Scholar::
(73)
Townsend CR, Harper JL, Begon M (2001). L’essenziale di ecologia. Zanichelli, Bologna, pp. 500.
::Google Scholar::
(74)
Trinajstic I (1974). Novi pogledi na fitogeografsko rasclanjenje vegetacije jadranskog promorja Jugoslavije. IV Kongres biologa Jugoslavije (Sarajevo): 46-47.
::Google Scholar::
(75)
Ubaldi D, Zanotti AL, Puppi G, Speranza M, Corbetta F (1987). Sintassonomia dei boschi caducifogli mesofili dell’Italia peninsulare. Not. Fitosoc. 23: 31-62.
::Google Scholar::
(76)
UE (1992). Direttiva “Habitat”, Allegato I. Direttiva 92/43/CEE, Bruxelles.
::Google Scholar::
(77)
Van Wagner CE (1968). The line intersect method in forest fuel sampling. Forest Science 14: 20-26.
::Google Scholar::
[1]
Le statistiche zonali consentono di calcolare statistiche su valori di un raster all’interno delle zone di un altro dataset ([31]).
[2]
Istituto Idrografico e Mareografico di Catanzaro.
[3]
I modelli qualitativi illustrano gli elementi, le caratteristiche o gli attributi strutturali o comportamentali fondamentali del sistema che si sta modellando.
[4]
Relativa perché in questo studio vengono prese in considerazione le interazioni che si instaurano solo a livello dello strato arboreo.
[5]
Tale definizione si discosta spesso dalle definizioni adottate dalle singole Regioni italiane, ha valore esclusivamente inventariale e nessuna implicazione di carattere giuridico. Le differenze rispetto al primo inventario nazionale riguardano la soglia di copertura minima, che passa dal 20% al 10%, e l’estensione minima, che passa da 2000 m2 a 5000 m2.
[6]
Nel 1992 in Europa la direttiva CEE 92/43, recepita in Italia dal D.P.R. n. 357 del 8/9/1997, ha avviato su tutto il territorio dell’Unione Europea, la creazione della rete Natura 2000. Tale rete è volta ad una classificazione univoca dei principali habitat terrestri, marini e lacuali di notevole importanza per la conservazione della biodiversità nella UE. Fra questi vi sono alcuni che vengono definiti, in base all’art. 2 del succitato D.P.R., prioritari e più specificatamente come “...i tipi di habitat naturali che rischiano di scomparire, per la cui conservazione l’Unione Europea ha una responsabilità particolare a causa dell’importanza della loro area di distribuzione naturale; essi sono evidenziati nel sopraccitato allegato A con un asterisco”.
[7]
È possibile classificare queste specie come “esperte di disturbi” in quanto sono le prime a presentarsi dopo il verificarsi di una perturbazione di forte intensità.
[8]
L’efficienza va intesa come maggiore abilità di un organismo nell’eseguire un’operazione o una funzione nei confronti di un altro organismo con cui è in competizione ([4]).

Supplementary Material

*
Appendix 1*

Quadro sinottico dei tipi forestali della RNO Valle del Fiume Argentino.

*
Appendix 2*

Categorie forestali della RNO Valle del Fiume Argentino e relative corrispondenze con le classificazioni INFC ([43]), EEA ([28]), EU Commission ([33]), Habitat Natura 2000.

*
Appendix 3*

PSICR individuati nella RNO Valle del Fiume Argentino.

*
Appendix 4*

Quadri di funzionamento dei PSICR.

Authors’ Address

(1)
F. Scarfò, R. Mercurio, S. Bagnato
Dipartimento di Gestione dei Sistemi Agrari e Forestali, Università“Mediterranea”, loc. Feo di Vito, Reggio Calabria (Italy)

Corresponding Author

 

Paper Info & Web Metrics

Citation:
Scarfò F, Mercurio R, Bagnato S (2008). I tipi forestali della Riserva Naturale Orientata Valle del Fiume Argentino (Orsomarso, CS). Forest@ 5: 233-252. - doi: 10.3832/efor0536-0050233

Academic Editor: Renzo Motta

Paper’s History

Received: Dec 18, 2007
Accepted: Jun 06, 2008
Early Published: -
Publishing Date: Sep 02, 2008

(Waiting for server response...)

Article Usage

Total Article Views: 21992
(from publication date up to now)

Breakdown by View Type
HTML Page Views: 15283
Abstract Page Views: 817
PDF Downloads: 4231
Citation Downloads: 118
XML Downloads: 1261

Web Metrics
Days since publication: 3975
Overall contacts: 21992
Avg. contacts per week: 38.73

 

Paper Figures

Paper Tables

Cited by

 
Close

 

 
´
Licenza Creative Commons
© SISEF - All the material included on this site is distributed under the license Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0 International.
 
© 2004-2018 SISEF
Editor-in-chief : Marco Borghetti (UNIBAS, Italy)
Web Manager: Gabriele Bucci (IBBR-FI/CNR, Italy)
Reg. Trib. PR no. 16/2004 - ISSN 1824-0119 
Close

Contents